Millennials e Gen-Z forse condividono un punto: la progressiva perdita di senso del lavoro come mezzo fondamentale di sussistenza e centro del patto sociale tr…
La soffocante ipocrisia sul lavoro con cui ammorbiamo i giovani Millennials e Gen-Z forse condividono un punto: la progressiva perdita di senso del lavoro come mezzo fondamentale di sussistenza e centro del patto sociale tra individuo e società, tra persona e StatoNon c’è niente di davvero nuovo nelle critiche che oggi vengono mosse ai giovani rispetto al lavoro.
Chiariamoci meglio e prendiamo l’accusa forse più classica: “I giovani di oggi non hanno voglia di lavorare”. Un tempo nessuno pensava davvero che il lavoro potesse essere piacevole, e l’accusa rivolta ai giovani indicava più che altro la loro vera o supposta scarsa propensione a contribuire nel sopportare quel carico di necessaria afflizione. Oggi, invece, c’è spesso la pretesa che il lavoro debba piacere.
Un altro esempio? I giovani vengono spesso accusati di non aver voglia di impegnarsi e imparare. Un tempo, però, questo voleva dire in molti casi apprendere direttamente il lavoro dai genitori per poi ereditarne l’attività; oppure instradarsi in un percorso di studi che comportava il più delle volte una progressione lineare del proprio futuro lavorativo o professionale: studiavi da operaio, da impiegato, da medico, e finivi per fare l’operaio, l’impiegato, il medico.
Ma poi, anche qui, da che pulpito viene la predica? La formazione sul luogo di lavoro in Italia è ancora sotto la media europea: solo il dipendenti italiani ha partecipato a un corso di formazione professionale nel 2021. E, al di là dei proclami da LinkedIN, non si può dire che la maggioranza dei lavoratori senior brilli per voglia e capacità di aggiornare le proprie competenze in maniera autonoma.
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